di Fernanda Perri
Roberto Vannacci non è soltanto un generale passato alla politica. È, prima ancora, un sintomo. Il segnale di un pezzo d’Italia che non si sente più rappresentato dal linguaggio istituzionale, che diffida delle mediazioni e che cerca qualcuno capace di dire ad alta voce ciò che considera proibito, censurato, rimosso.
Il suo nome è esploso nel 2023 con Il mondo al contrario, libro diventato rapidamente un caso editoriale e politico. Da lì in poi Vannacci ha smesso di essere solo un alto ufficiale dell’Esercito ed è diventato un personaggio pubblico: discusso, attaccato, difeso, trasformato in bandiera da chi vede nel politicamente corretto il vero nemico del tempo presente.
Nel 2024 è stato eletto al Parlamento europeo con la Lega, raccogliendo oltre mezzo milione di preferenze. Poi l’ingresso nel partito, la nomina a vicesegretario nel 2025 e, nel febbraio 2026, la rottura: l’addio alla Lega e la nascita di Futuro Nazionale, il suo nuovo movimento politico. Oggi Vannacci siede al Parlamento europeo e prova a occupare uno spazio preciso: quello di una destra più ruvida, identitaria, insofferente verso l’Europa, la transizione ecologica, l’immigrazione e le battaglie sui diritti civili.
La sua forza non sta tanto nella complessità del pensiero politico, quanto nella semplicità del messaggio. Vannacci non parla per sfumature. Divide il mondo in normale e anormale, maggioranza e minoranze, popolo ed élite, buon senso e ideologia. È un linguaggio diretto, spesso provocatorio, che per i critici scivola nell’esclusione e nella nostalgia autoritaria; per i sostenitori, invece, rappresenta il coraggio di rompere un conformismo percepito come soffocante.
È qui che nasce il suo consenso: nella promessa di restituire ordine a un mondo che molti avvertono disordinato. Un ordine culturale prima ancora che politico. La famiglia, la nazione, la sicurezza, i confini, l’identità: parole antiche che Vannacci rimette al centro senza imbarazzo, anzi facendone il cuore della propria comunicazione.
Ma il punto più interessante è forse un altro. Vannacci cresce dentro una destra già al governo. Non nasce contro la sinistra, o non soltanto. Nasce anche contro una destra che, una volta arrivata al potere, è costretta a misurarsi con l’Europa, i mercati, gli equilibri internazionali, la fatica del governare. Il generale intercetta chi vorrebbe una destra meno prudente, meno istituzionale, meno compatibile con il sistema.
Per questo la sua presenza è un problema non solo per la Lega, che lo ha lanciato e poi perso, ma anche per Giorgia Meloni, costretta a guardare alla propria destra senza potersi permettere di inseguirla del tutto. Secondo Reuters e Associated Press, la crescita di Futuro Nazionale può complicare gli equilibri della coalizione in vista delle prossime elezioni politiche.
Vannacci piace perché rassicura chi ha paura del cambiamento. Ma inquieta perché trasforma quella paura in programma politico. Il suo successo dice molto più degli elettori che di lui: racconta un’Italia stanca, arrabbiata, sospettosa, che non vuole essere educata ma ascoltata, non vuole sentirsi dire che il mondo cambia ma che qualcuno può fermarlo.
La domanda, allora, non è quanto durerà Vannacci. La domanda è quanto spazio avrà ancora una politica che, invece di dare risposte alle paure, preferisce indicare nemici.
Perché un Paese che ha bisogno di sentirsi dire che il mondo è “al contrario” rischia di scambiare ogni cambiamento per una minaccia, ogni diritto per un privilegio, ogni differenza per un pericolo.



































