di Virginia Saba 

Guarda oltre la finestra del suo ufficio che affaccia ad ovest, mentre organizza al telefono la sua prossima trasferta in Cina. A pochi centimetri un’ordinatissima libreria nella quale cerca, poco dopo, il suo racconto del viaggio a Mosca con Berlinguer («A Mosca l’ultima volta», Solferino), memoria di un tempo in cui la politica italiana guardava ad Est con meno diffidenza. «Dov’è? L’abbiamo finito?», chiede. Una vita trascorsa a cercare la quadratura del cerchio, per dirla alla Ralf Dahrendorf ovvero a provare a conciliare crescita economica e coesione sociale. Il risultato lo troviamo guarda caso in una antica leggenda cinese secondo la quale, quando il Maestro Lao Tzu scrisse il suo pensiero nelle 81 tavolette d’argilla, le lasciò volutamente cadere a terra, rotte e mescolate, per fare capire che trovare un filo, un senso, non si può. L’importante è cercare. Massimo D’Alema ci prova, con la sua rivista Italianieuropei con la quale, dice, continua a dare il suo contributo alla società, e tra i libri sparsi per l’ufficio. Sulla scrivania Leadership di Herny Kissinger, Uguaglianza di Piketty e Sandel, Scienza e capitalismo di Marco Maestro. E sopra una pila di ricerche di politica economica poche pagine di Pietro Ingrao che descrivono il peso irrisolto del comunismo di conciliare libertà e uguaglianza. «Ma sto leggendo anche un romanzo, Cuore di ghiaccio di Almudena Valdes, meraviglioso». Il volume esteticamente più pregiato lo trovi poggiato sulla parte bassa del camino d’arredo, un tomo blu e dorato in cinese con il ritratto di Matteo Ricci, il Maestro gesuita che insegnò con la sua missione in Cina nel XIV secolo quanto il dialogo fosse più forte del potere e del pregiudizio. Gli vogliamo chiedere cosa resti della democrazia tra populismi, tecnocrati e post verità. D’Alema risponde con la filosofia e la geografia, accompagnando le parole con la mano che un tempo disegnava cerchi di fumo. «Ho smesso da tanti anni», fa sapere, aggiungendo che «sta invecchiando». Decisamente meglio di questa Europa, commentiamo. «Non vede la propria crisi – dice – e la democrazia è purtroppo malata». La via d’uscita è forse un’utopia tramontata. «Tornare a redistribuire ricchezza e opportunità. Dare alle persone una speranza e una ragione per partecipare».

Lo stato di diritto, i pluralismi, la separazione dei poteri, la tutela dei diritti individuali e delle minoranze: siamo di nuovo a capo, tutto in discussione?Dopo la caduta del Muro di Berlino si pensava che la democrazia liberale e il libero mercato si sarebbero imposti ovunque. Era l’ottimismo della Fine della storia di Fukuyama, 1992. Ma era un’illusione. Oggi viviamo in “democrazie senza popolo”, o come dice Nadia Urbinati, “democrazie del 50%”: metà dei cittadini non partecipa più. E se la democrazia è governo del popolo, ma il popolo si ritira, diventa un guscio vuoto. Pensi che in Italia l’attuale Governo si fonda sul 27% degli aventi diritto al voto, il consenso più basso nella storia repubblicana. Ma fenomeni simili si osservano in quasi tutti i paesi occidentali. Se la metà dei cittadini rinuncia a votare, la politica diventa dominio di pochi, e la selezione della classe dirigente si degrada. Così emergono improvvisatori e populisti, capaci di manipolare paure e sentimenti fluttuanti. Le destre avanzano ma con il 20% dei votanti. Quindi, sostanzialmente, c’è una grande maggioranza del Paese che sta a guardare e che avrebbe bisogno di un messaggio in grado di coinvolgere le persone, di ridare uno slancio, di ridare una speranza.

Le destre avanzano anche perché la sinistra non sa più cosa dire.
E’ crollato un sistema. L’Europa si esprimeva attraverso il welfare, negli Stati Uniti attraverso la mobilità sociale, secondo la quale il povero poteva diventare ricco. Ora non è più così. Il compromesso sociale che stava a fondamento delle democrazie si è spezzato. La globalizzazione ha prodotto ricchezza e sollevato miliardi di persone dalla povertà e dalla fame, ma ha anche allargato enormemente le disuguaglianze in Occidente. Una piccola élite ha accumulato ricchezze senza precedenti, mentre le classi medie e popolari si sono impoverite. Oggi l’1% dell’umanità possiede più ricchezza della metà più povera. Ma soprattutto il potere economico coincide con il potere tecnologico, questo oggetto — mostra il cellulare — sa tutto di noi. e chi controlla i dati controlla anche la vita delle persone. Io, fino a quando ho potuto e sono stato veramente importante, il cellulare non l’ho avuto. 

Donald Trump, con le sue politiche per i ricchi, è stato votato dalla classe dei lavoratori. Come lo spiega?
Perché le persone sanno che nulla può cambiare, e hanno paura. Vincono i sentimenti nazionalisti e di ostilità verso l’altro, sia nella forma dell’immigrato che viene qui e vende il suo lavoro a più basso prezzo, sia nella forma dell’altro come il cinese o l’indiano che produce automobili meno costose delle nostre e fa chiudere le fabbriche. La destra cavalca questo sentimento di paura e di ostilità verso il resto del mondo. Perché una parte dell’Occidente cavalca la globalizzazione e se ne avvantaggia, ma una parte larga la subisce come una minaccia. E la paura genera chiusura, razzismo, nazionalismo, tutti sentimenti che sono, direbbe un filosofo, naturaliter di destra.

Pensa che l’Occidente sia in declino e che si sia imbarbarito?
mi ha colpito l’insensibilità di tanta parte del nostro mondo, compresi governi e giornali di fronte alla tragedia di Gaza. Io, attraverso amici palestinesi ho potuto vedere ogni giorno le immagini vere di questo massacro, i volti delle vittime, le distruzioni e i bambini divorati dalla fame. Qualche volta è stato difficile prendere sonno la sera. Fatico a pensare come molti hanno detto e scritto che Israele sta difendendo la nostra civiltà. Il rischio vero è che si possa pensare di difendere il primato dell’Occidente calpestandone i valori più importanti a partire dalla difesa dei diritti umani. 

Scenario futuro?
Alla fine del secolo tutto ciò che noi chiamiamo “Occidente” — noi, l’America, il Canada — sarà il 10% dell’umanità, con una media di 50 anni. Pensi che, secondo i dati di Eurostat, se l’Europa chiudesse le frontiere, come teorizzano alcuni poco lungimiranti, a fine secolo avremmo 350 milioni di abitanti nell’Unione Europea, con un’età media di 60 anni e il collasso di tutte le attività economiche, dei sistemi di welfare e pensionistici. Diventeremmo una gigantesca RSA. Se l’Europa vuole sopravvivere, da qui a fine secolo deve integrare almeno 150 milioni di immigrati. Dunque, invece di chiudere le frontiere e respingerli, dovremmo attrarli. Altrimenti non avremo più fabbriche, né ospedali, né chi paghi i contributi delle pensioni. Eppure vincono le elezioni quelli che dicono che dobbiamo chiudere le frontiere. L’imbarbarimento è una forma di regressione, una patologia. In Italia abbiamo un governo che dice che il problema italiano è come fermare l’invasione. Ma noi non siamo invasi, dato che la popolazione residente in Italia diminuisce ogni anno di 150-180 mila abitanti, al netto delle poche migliaia che sbarcano.Fortunatamente qualcuno riesce ad arrivare altrimenti chiuderebbero tante attività economiche. D’altro canto se non ci fossero un po’ di “nuovi italiani” con la pelle scura finiremmo fuori da molte delle più importanti competizioni.

Quali potenze nuove guideranno il mondo globalizzato?
Secondo Goldman Sachs, nel 2075 la prima economia del mondo sarà la Cina, la seconda l’India, gli Stati Uniti saranno terzi. Ora, non si capisce Trump se non come il riflesso di una società americana che ha paura e percepisce che il proprio primato è in declino. 

Con le tensioni tra Stati Uniti, Russia e Cina, una nuova guerra non sembra improbabile.L
a Russia è un Paese in declino che reagisce al proprio ridimensionamento con aggressività e guerra. La vera sfida è tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno la percezione del declino, la Cina è in ascesa. Ma per fortuna il simbolo della Cina è un muro per difendersi e non per invadere. Sono due potenze che devono imparare a convivere in uno scenario che Kissinger definisce MAD — Mutual Assured Destruction, la distruzione reciproca assicurata. Una guerra porterebbe alla distruzione di entrambe. Serve un equilibrio condiviso, un progetto di coesistenza tra modelli diversi.

Cosa cerca la Cina?
È una civiltà che chiede rispetto e ammirazione. È questa la differenza fondamentale rispetto all’ex Unione Sovietica.Il “socialismo con caratteristiche cinesi” è pensato solo per la Cina, non per il mondo. I cinesi esportano beni, infrastrutture, tecnologie, ma non ideologia. In quattromila anni di storia non hanno mai invaso altri paesi. È un’autocrazia meritocratica che affonda le sue radici in una cultura molto antica e non solo nel marxismo. Alla domanda se fosse preoccupato per l’annuncio di Trump che gli USA avrebbero invaso la Groenlandia e annesso il Canada, Xi Jinping ha risposto di non essere preoccupato, semmai “curioso”. Non è solo una risposta ironica, ma anche indicativa di una cultura che è abituata ai tempi lunghi della storia e non assillata dai ritmi sincopati della comunicazione e dei social. 

E l’Europa?
L’Europa rischia di finire fuori quadro. Solo se resta unita, potrà continuare a essere una grande potenza, e aspirare nel 2075 al quarto posto della classifica di Goldman Sachs che ora è previsto essere per l’Indonesia. 

La mobilitazione popolare per Gaza le ha dato speranza?
Sì. L’ho vista come un segno che la coscienza civile non è morta. Nonostante la sfiducia, la capacità di indignarsi e reagire è ancora viva.Milioni di persone e soprattutto giovani sono scesi in piazza dimostrando che la società non è del tutto anestetizzata.

Che rapporto ha con la sinistra di oggi?
Io sono una persona indipendente, non sono iscritto. Ma ho un buon rapporto con tutti. Cerco con la Fondazione e la rivista Italianieuropei di dare un contributo di analisi e di proposte e mantengo aperti tanti canali di dialogo con chi continua ad essere in prima linea nell’impegno politico.

Nel suo futuro c’è ancora spazio per un bell’incarico pubblico?
No. A una certa età non si vanno cercando incarichi. È anche esteticamente brutto. Ho fatto tutto ciò che volevo e non ho rimpianti. Ho fatto molto e ho conosciuto molti. Credo di essere l’unico italiano vivente che ha stretto la mano a Deng Xiaoping. Ho conosciuto Brežnev e Gorbaciov. Sono stato segretario della Federazione Giovanile Comunista con Enrico Berlinguer. Ho lavorato con Berlinguer, sono stato presidente del gruppo parlamentare, direttore di un grande giornale, segretario del maggior partito italiano, Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri e presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti. Basta così. La passione politica e la curiosità intellettuale restano così come la disponibilità a discutere e ricercare insieme. 

Questa è per qualche nostalgico, che si trova sempre: se tornasse indietro, al posto di Achille Occhetto, scioglierebbe così il Partito Comunista?
Sì, aveva ragione Achille Occhetto. Era giusto cambiare, assolutamente, costruire una realtà nuova dopo la fine del comunismo e costruire un pensiero nuovo.

Qui si parla di viaggi e terre meravigliose. Dove ci porterebbe?
A Capo Horn, nell’isola più a sud della Terra del Fuoco, raggiunta tro onde e correnti, e abitata da un guardiano con sua moglie, in una casa fissata al suolo con cavi d’acciaio affinché il vento, che spesso supera i cento nodi, non la porti via. A un passo dal Polo Sud, senti addosso tutti i limiti e la misura esatta della fragilità umana.